 |
Inserito
il 01 luglio 2008
http://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=4098&sid=423526640
L'antitrust continua a proporre le sue tesi di voler costringere
i medici a prescrivere i generici e assogenerici plaude.
Obbligare il medico a prescrivere il farmaco equivalente: ecco
la soluzione per incoraggiare la diffusione dei generici che
potrebbe arrivare da una normativa ad hoc, come per altro
auspica l’Antitrust che così recepisce il documento presentato
da Assogenerici. L’Autorità garante nella sua nota fa anche un
preciso riferimento alla generale preferenza del medico a
prescrivere il farmaco originator “pur in assenza di specifiche
e motivate ragioni valide”. Occorrono perciò, specifica ancora
il presidente Antonio Catricalà, “misure volte, in concreto, a
favorire lo sviluppo del comparto dei farmaci generici”.
Il Garante osserva come, nell’attuale sistema di rimborso, il
ruolo dei farmaci generici sia limitato essenzialmente a una
“funzione deflativa dei prezzi di altri farmaci”. Infatti, una
volta scaduto il brevetto, l’immissione in commercio del
corrispondente farmaco generico comporta solo un abbassamento
dei prezzi, senza che a ciò faccia seguito un sistema che
garantisca un efficace e stabile sviluppo del mercato dei
farmaci equivalenti. La situazione attuale, anzi, rischia di
tradursi nel breve- lungo periodo in un aggravio di spesa per il
Servizio Sanitario Nazionale.
“Siamo particolarmente soddisfatti – dichiara Giorgio Foresti,
Presidente di AssoGenerici – per la nota ufficiale del
Presidente dell’Antitrust Catricalà. In Italia sono in scadenza
importanti brevetti e c’è l’opportunità di allineare finalmente
il nostro mercato a quello degli altri Paesi europei. Dobbiamo
sfruttare l’occasione – conclude Foresti – offerta da queste
scadenze, operando con una programmazione di lungo periodo, che
inneschi un processo di crescita stabile del generico. Dopo le
indicazioni del Garante auspichiamo a breve un intervento
normativo da parte del Governo”.
Fonte: Assogenerici,
http://www.assogenerici.org/articolihome/Comunicato_Antitrust_del_13_06_08.pdf
Commento di Luca Puccetti
Continuano le esternazioni di chi è aduso a disquisire su
televisori e lavatrici nulla sapendo della medicina e della
farmacologia, delle attuali tendenze della scienza e delle
problematiche dei farmaci generici. Si ritiene che il fatto sia
positivo in re ipsa, con una prospettiva squisitamente
mercantilistica, che non tiene in nessun conto, necessità di
ricerca e di innovazione, problemi di risposta nel singolo, di
sostituibilità selvaggia, di certificazioni dei laboratori...,
anzi si vorrebbe addirittura costringere i medici per decreto. I
vari portatori di interesse, che nulla investono sui farmaci,
tripudiano sventolando le esternazioni non richieste dell'antiutrust.
A costoro non basta la legge che già oggi di fatto consente al
farmacista di fare ciò che vuole, con le conseguenze che tutti
ora sanno e che hanno spinto a sporgere denunce, sia pur
tardive, ad opera del coordinatore degli assessori regionali
alla sanità. Vogliono di più, vorrebbero addirittura che fosse
comandato al medico di prescrivere il generico, altrimenti
rischiano di aver fatto tanti sforzi per nulla perché gran parte
dei potenziali guadagni va oggi nelle tasche di chi deve essere
"incentivato" a proporre quel generico che quindi si rischia di
avere poco margine e rendere il business poco appetibile!
Se problemi sussitono con gli equivalenti attuali, non parliamo
poi dei biosimilari, cioè farmaci biologici di cui è scaduto il
brevetto e che possono quindi essere prodotti a basso costo. In
base a quanto è emerso dal convegno sul tema che si è tenuto
all'Ifo-Istituto Regina Elena di Roma, questi farmaci sono
sconosciuti per metà degli oncologi. Attualmente un solo farmaco
biosimilare, un ormone della crescita, è in commercio in Italia,
ma l'EMEA ne ha già approvati cinque, e nel corso dei prossimi
anni ne arriveranno altre man mano che scadono i brevetti. I
biosimilari, a causa della lavorazione, non sono del tutto
uguali a quelli biologici di riferimento per la presenza di
impurezze e per la diversa quantità di principio attivo. Al
momento l'EMEA ha un apposito working group che si occupa del
problema dell'equivalenza e ha emanato delle linee guida che
prevedono test aggiuntivi e farmacovigilanza sulle molecole.
Con l’attuale sistema si spartiscono guadagni su una pluralità
di soggetti che producono generici e che dunque non portano,
almeno nel breve periodo, ad alcun vantaggio alle società
occidentali, se non per l’effetto della concorrenza sul prezzo.
Gli stessi produttori di generici che dichiarano che il prezzo
di vendità è 100 trovano il modo, attraverso una rete
commerciale di venditori, di praticare forti sconti al
farmacista, pertanto una quota rilevante va a vantaggio dei
farmacisti senza vantaggi per il consumatore o il terzo pagante.
La proposta che da tempo avanziamo è di allungare di molto (40
anni e più) i tempi di sfruttamento dei brevetti. Le aziende
capaci di far ricerca continuerebbero a sviluppare i loro
farmaci innovativi fino alle estreme potenzialità, supportandoli
con studi ampi e rigorosi e soprattutto basati su end-points non
surrogati.
Studi ampi significano maggior sicurezza per i cittadini poiché
l’allargamento dei trials a casistiche molto numerose aumenta la
probabilità di mettere in risalto eventuali problemi di
sicurezza anche in piccoli subset di pazienti. Il costo del
farmaco innovativo dovrebbe essere progressivamente più basso
con l'andar del tempo ed in base ai volumi venduti. I decisori
paganti o le autorità regolatorie, facendo pesare l’allungamento
della copertura brevettuale, dovrebbero ottenere dal produttore
una curva prezzo-tempo, persino più conveniente dell’attuale,
formatasi alla scadenza brevettuale in base alla concorrenza tra
produttori di generici.
In un tale contesto si potrebbe davvero richiedere che per
l'approvazione di un nuovo farmaco siano preventivamente fornite
prove di efficacia e sicurezza, non solo in termini di
eguaglianza con quelle dei farmaci già in commercio, ma di
superiorità senza dover far ricorso alle limitazioni dei
registri, tipo quello dell'Ivabradina, escogitati dall'AIFA.
Le risorse verrebbero incanalate non nella commercializzazione
di farmaci pseudoinnovativi, ma nella ricerca di farmaci
realmente innovativi, gli unici che potrebbero ambire ad un
prezzo relativamente più elevato.
Gli enti regolatori potrebbero imporre prove più severe di
quanto succede adesso, proprio perché, una volta approvato, il
farmaco potrebbe essere venduto per lungo tempo e dunque
eventuali ritardi nell'approvazione, motivati dalla richiesta di
prove di efficacia sul campo su end-points clinicamente
rilevanti e di sicurezza nell'impiego su vasta scala, non
sarebbero insostenibili per l’azienda produttrice. |
 |