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Enrica Giorgetti, Direttore Generale di
Farmindustria
da farmacista33.it
del 12.05.08
Il conflitto nell'industria è ben regolato Contro il rischio di
conflitti di interesse in campo scientifico, le società farmaceutiche
attive in Italia vantano "la regolamentazione più rigida di tutta
l'industria nel suo complesso". Lo ha detto Enrica Giorgetti, direttore
generale di Farmindustria, intervenuta a Milano al seminario 'La
responsabilità sociale dei ricercatori scientifici e le imprese
farmaceutiche', organizzato all'università degli Studi dalla Fondazione
I-CSR per la diffusione della responsabilità sociale e delle imprese.
Un incontro che ha
riunito intorno allo stesso tavolo vari esponenti dell'industria
farmaceutica, dei consumatori, della ricerca accademica e della stampa,
con la missione di avviare nel futuro un dibattito più ampio e costante.
"Il nostro obiettivo, dichiarato dal presidente Sergio Dompé fin
dall'inizio del suo mandato - ricorda Giorgetti - è quello di ridurre le
spese dedicate al marketing, aumentando al contempo gli investimenti in
ricerca".
Proprio in questa
logica - ma "anche in risposta alle misure
adottate dalle Regioni per regolamentare in modo più rigoroso i contatti
tra informatori scientifici del farmaco e medici, con l'intenzione di
ridurre la spesa farmaceutica", precisa il direttore generale -
"negli ultimi due anni il numero di informatori in
Italia è diminuito di 2.800-3 mila" unità.
E la previsione per il futuro è di perderne altri,
in linea con
un trend "che certamente non è solo italiano, bensì internazionale". A
fronte di questo, "negli ultimi 5 anni abbiamo guadagnato mille
ricercatori (200 in più ogni anno), arrivando a contarne 6.250",
sottolinea Giorgetti.
Il campione di vendite alla fine è un danno La ricerca spasmodica del
blockbuster, il farmaco dalle vendite annue miliardarie, danneggia
l'industria farmaceutica e rischia di privare i malati di nuove terapie
efficaci. A mettere in guarda le aziende di settore dalla corsa ai
medicinali campioni di vendite, farmaci 'per tutte le stagioni' che
promettono benefici al maggior numero di pazienti possibile, è Daniele
Cusi dell'università degli Studi di Milano. L'esperto è intervenuto oggi
in ateneo a un seminario sul conflitto di interesse nella ricerca,
organizzato dalla Fondazione I-CSR per la diffusione della
responsabilità sociale delle imprese. Scienziato "ibrido" come lui
stesso si definisce, ossia "un po' clinico, ma soprattutto attivo nella
ricerca di base", Cusi ritiene che "oggi troppi trial clinici sono mal
disegnati".
Pensati ad hoc per
cercare il nuovo farmaco 'big-seller', finiscono per penalizzare
"molecole in realtà molto promettenti" per alcune categorie di malati.
Di fronte ai "mega-studi condotti su decine di migliaia di pazienti nel
tentativo di trovare nuovi blockbuster da lanciare sul mercato", il
ricercatore si mostra perplesso. In questo modo "falliscono anche idee
all'origine buone e nuove": composti che negli studi pilota hanno
prodotto dati incoraggianti, ma che in sperimentazioni così concepite
non ottengono risultati statisticamente significativi. "Rischiamo di
buttare come si suol dire 'perle ai porci'", avverte lo scienziato.
Secondo Cusi andrebbe invece promossa la messa a punto di "strumenti in
grado di selezionare i pazienti in base al loro profilo genetico".
Uno sforzo verso
terapie sempre più personalizzate e 'su misura', insomma. Per non
gettare al vento candidati farmaci che magari non saranno adatti a
tutti, o non avranno moltissime indicazioni, ma saranno efficaci in
gruppi ben selezionati di malati. L'esperto ammette tuttavia che
"disegnare trial clinici ottimali è un'impresa sempre più faticosa". In
particolare, Cusi segnala una crescente "difficoltà nel reperire, in
fase di reclutamento, pazienti 'vergini' ossia mai trattati in
precedenza". Un elemento che a volte rischia di compromettere l'esito
finale, portando a risultati non in linea con le ipotesi iniziali di
ricerca.
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