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Tumori del fegato, finalmente un farmaco
http://www.corriere.it/sportello-cancro/articoli/2007/06_Giugno/05/sorafenib_fegato.shtml

Dati presentati al congresso ASCO, che riunisce ogni anno 30.000 oncologi

 

Tumori del fegato, finalmente un farmaco

 

Il sorafenib aumenta la sopravvivenza di pazienti in fase avanzata. Tra i coordinatori dello studio, l’Istituto Nazionale Tumori di Milano.

 

MILANO – Dopo trent’anni di sperimentazioni andate a vuoto (e più di 100 molecole testate senza successo) sembra arrivato il momento di una svolta importante contro un tumore difficile come quello del fegato. Per la prima volta, infatti, un farmaco, per di più somministrato per via orale, è stato capace di modificare in modo significativo la progressione del carcinoma epatico avanzato e la sopravvivenza dei malati senza effetti collaterali preoccupanti.
Il sorafenib (o Nexavar), già approvato per il tumore del rene, appartiene alla categoria delle cosiddette piccole molecole, cioè di quei medicinali della stessa classe dell’imatinib (in commercio come Glivec), che agiscono su proteine specifiche del tumore chiamate chinasi. In più, però, il sorafenib riesce anche a bloccare la formazione dei vasi sanguigni indotta dalla neoplasia, ed è quindi considerato una sostanza a bersaglio multiplo o multitarget.
I dati positivi sul sorafenib sono stati sicuramente una delle notizie più importanti del congresso dell’American Association for Clinical Oncology (ASCO) appena conclusosi a Chicago, l’assise internazionale cui partecipano ogni anno più di 30.000 oncologi e che tutta la comunità scientifica attende per capire quali sono le novità più rilevanti per la cura dei tumori.
E a questo risultato si è giunti grazie anche alla ricerca italiana, poiché uno dei tre centri che hanno dato vita alla sperimentazione è l’Istituto nazionale dei tumori (INT) di Milano, con la struttura complessa di chirurgia epato-gastro-pancreatica e trapianto di fegato, guidata da Vincenzo Mazzaferro, che ha reclutato il maggior numero di malati. Gli altri due sono la Mount Sinai School of Medicine di New York, presso cui lavora Joseph Llovet, che ha presentato i dati all’ASCO, e l’Institut d’Investigacions Biomèdiques August Pi i Sunyer di Barcellona. A questi tre istituti si sono poi aggiunti diversi centri di molti Paesi, che hanno coinvolto un totale di 602 pazienti, tutti con una malattia in stadio molto avanzato che non rispondeva più ad alcuna terapia. Metà dei malati sono stati destinati a ricevere un placebo, e l’altra metà ha invece ottenuto il sorafenib (400 milligrammi al giorno), secondo una modalità in doppio cieco, nella quale cioè né i malati né i medici sapevano a quale “braccio” appartenevano, per essere sicuri di non subire influenze improprie nell’interpretazione dei risultati. Dopo due anni, il gruppo dei trattati aveva avuto una sopravvivenza media di 10,7 mesi, e quello del placebo di 7,9 mesi, con una differenza cioè del 44 per cento. Non solo, anche il tempo impiegato dalla malattia per progredire era stato molto diverso e pari, rispettivamente, a 5,5 e 2,8 mesi. Contenuti, poi, gli effetti collaterali, che si erano verificati in entrambi i gruppi e che erano stati in prevalenza rush cutanei, debolezza, febbre, nausea.
Tutto ciò ha spinto gli organizzatori a interrompere anzitempo la sperimentazione, in modo da poter offrire a tutti il farmaco. Commenta Mazzaferro: «Quello che può sembrare un piccolo progresso, di pochi mesi, è in realtà un risultato davvero importante, e non solo per la vita di coloro che hanno partecipato alla sperimentazione, ma anche perché apre nuovi scenari e dimostra che la scommessa iniziale era fondata. All’inizio, infatti, avevamo pensato di ricorrere al sorafenib perché la sua azione si dispiega su più piani: il blocco di un enzima molto espresso nei tumori epatici (la chinasi raf) e, attraverso di esso, l’induzione della morte cellulare programmata (apoptosi) e il blocco dell’angiogenesi. Tuttavia non c’erano certezze e, in più, potevano sorgere complicazioni da quello che è un vantaggio di questi farmaci, ossia la forma orale, dato che le condizioni del fegato avrebbero potuto comportare un metabolismo del farmaco diverso da quello atteso. Per fortuna, però – aggiunge Mazzaferro - l’intuizione si è rivelata vincente e ora possiamo iniziare a pensare di trattare malati con un tumore non così avanzato, a prevenire le ricadute, a sperimentare altre molecole con meccanismi d’azione analoghi, a curare anche le metastasi epatiche di altre neoplasie. In altre parole, dopo anni di frustrazioni, sembra finalmente giunto il momento di un approccio che deve ancora essere verificato e che richiederà anni di studi, ma che potrebbe essere quello giusto».
Il sorafenib è già autorizzato per il carcinoma renale, e la Bayer, azienda che lo produce insieme alla Onyx Pharmaceuticals, ha annunciato che richiederà l’autorizzazione per i tumori primitivi (su quelli cioè che si sviluppano nel fegato, e non come metastasi di tumori in altri organi) entro l’estate, anche se all’ASCO alcuni oncologi hanno fatto notare che, con ogni probabilità, i dati presentati convinceranno non pochi specialisti a farne un utilizzo off label, cioè al di fuori delle indicazioni ufficiali, anche prima dell’approvazione definitiva.
 
 
Agnese Codignola
05 giugno 2007
 

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