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Considerazioni sulla proposta di legge M5s
Mirko Ferrarini giovedì 06 dicembre 2018 09.48


Il M5S e in particolare il ministro della salute Grillo vogliono istituire il Sunshine act, sulla scorta di quello che avviene in altri paesi. Rendere più trasparente il rapporto tra l'industria farmaceutica, gli operatori sanitari ed i vari istituti di ricerca è sicuramente un fatto positivo.


Va detto che farmindustria ha già adottato da alcuni anni un protocollo inteso a tracciare il rapporto tra clinici e aziende. Un sistema, quello ad oggi adottato, diverso dal sunshine act perché prevede la pubblicazione del dato solo se il medico lo acconsente, nel rispetto della propria privacy. Nel nuovo sistema proposto saranno pubblicati tutti i rapporti economici, e non, instaurati tra le parti, anche quelli di modesta entità (minimo 10 euro) al di là della volontà del medico e i dati raccolti saranno resi pubblici .

Se come dichiarato il sistema si prefigge di eliminare la componente di corruzione che si annida nel settore, si tratta a mio avviso di un sistema ancora insufficiente a impedire la fidelizzazione dei prescrittori.

Il fenomeno, come ben sappiamo, è estremamente diffuso ed è uno degli assi portanti su cui si basano i successi commerciali delle aziende in barba ad una etica, ma quasi sempre astratta, di “patient centripety” secondo cui il paziente dovrebbe avere una posizione centrale rispetto agli interessi aziendali.

Sgomberiamo il campo da ogni ipocrisia. Allo stato attuale la ricerca e l’aggiornamento scientifico sono per la maggior parte finanziati dall’industria privata, senza il sostegno della quale tutto ciò non avverrebbe o comunque avrebbe alti costi per lo Stato.

Il ministero della Sanità é al corrente di tutto ciò e se ne avvantaggia anche economicamente attraverso le procedure che vengono attivate nell’organizzazione di eventi e congressi. Inoltre bisogna specificare che qualsiasi forma di iniziativa che sia studio clinico, finanziamento ad un centro o invito a congresso viene filtrato da procedure standard codificate nel rispetto di normative condivise che legalizzano questo genere di attività.

Quindi il problema non sarà tanto quello di registrare e rendere pubbliche delle attività lecite, anche banalmente l’agenda da 10 euro che il clinico o la capo sala ricevono a Natale, ma di tentare di porre fine ad un sistema che le aziende utilizzano per massimizzare questi investimenti che effettuano e che continueranno ad effettuare, nonostante che il tutto venga reso di dominio pubblico.

E in questo contesto un ruolo decisivo lo svolgono gli ISF, figura professionale che il ministero della salute e l’Aifa continuano a snobbare, ma che è centrale nel rapporto tra industria e classe medica e sanitari in generale.

Occorrerebbe quindi da parte del ministero della salute un intervento per tutelare maggiormente l’attività degli ISF, garantendo il rispetto della legge 219/06, a cui gli informatori rispondono, e garantendo loro di poter svolgere la propria attività scientifica in modo indipendente dal raggiungimento di obiettivi commerciali, così come richiesto loro dalle aziende .

Già questo potrebbe essere un tentativo di rompere quel legame di tipo commerciale, sapendo che comunque al di là della pressione di carattere psicologico che si può configurare in un rapporto di tipo economico tra pubblico e privato, esistono altre forme sommerse che nessun registro potrebbe mai evidenziare.

Ma ancora una volta di tutto questo non si tratta minimamente, si preferisce continuare nell’infinito gioco delle parti, che come al solito servirà a creare delle giustificazioni e degli alibi per chi governa, ma che ancora una volta sarà lontano dal risolvere il problema, non affrontandolo radicalmente. Chi ne pagherà il conto saranno così sempre i soliti...

Mirko Ferrarini

 

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