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PRESENTE, PASSATO E FUTURO DEGLI INFORMATORI
Mirko Ferrarini mercoledì 16 novembre 2016 12.28


Ringrazio il collega Maggini, di cui ho enormemente apprezzato, nella sua lettera, le belle parole di stima scritte nei miei confronti.

Colgo così l'occasione per poter dare un mio parere su una questione che ho visto essere dibattuta nel mondo dell'informazione, soprattutto a livello di social network, che è quella dell'istituzione di un albo professionale di categoria e relativo ordine.

Personalmente nutro parecchie perplessità a riguardo o almeno non considero l'istituzione dell'ordine la panacea di tutti i mali, come qualcuno vuol far credere.

A mio avviso sarebbe più opportuno, come primo obiettivo, cercare di rimettere ordine all'interno di una categoria in cui il regime contrattuale è divenuta una vera e propria selva.

Non ho dalla mia dei numeri precisi a riguardo (ma forse Francesco ci può essere d'aiuto), ma spannometricamente, ho l'impressione che i contratti di consulenza e le partite iva siano nettamente superiori rispetto a quelli previsti per la categoria ovvero il tempo indeterminato nel contratto dei chimici con inquadramento B1.

Ovviamente non ne faccio una colpa ai colleghi che si trovano ad operare in questo modo. La situazione attuale è spesso il frutto della scure dei tagli occupazionali che hanno portato all'epurazione di un gran numero di ISF negli ultimi 5/6 anni, le cui ragioni sono già state ampiamente spiegate.

Ritengo infatti che, a dispetto di quanto sentenziato nel dicembre scorso dal giudice del tribunale del lavoro di Milano, riguardo ruolo e dipendenza dell'ISF, la legge sull'informazione scientifica, ed in particolare la 219/06, debba essere sovrana rispetto a qualsiasi contratto e che quindi il ruolo dell'informatore non possa essere correlato a qualsiasi tipologia di forma commerciale.

In tal senso è evidente che se già il CCNL dei chimici risulta essere in contrasto con la legge per aver ridisegnato la mansione dell'ISF in una veste più commerciale relegando gli informatori nell'area marketing/vendita, a maggior ragione sono da considerare totalmente incongruenti con la legge quei contratti, a partita iva o di agenzia, che assegnano esclusivamente all'informatore un ruolo di venditore.

Voglio ricordare a tal riguardo che alcuni anni fa l'introduzione nel settore dell'informatore commerciale suscitò grande irritazione tra molti ben pensanti.

L'informatore commerciale, pur essendo un'anomalia all'interno della categoria, venne introdotto per salvaguardare dei posti di lavoro e conserva ad oggi una sua precisa connotazione, in quanto si tratta di una categoria di lavoratori che svolge l'esclusivo ruolo di vendita in farmacia senza il coinvolgimento della classe medica .

Aver coniugato il termine commerciale a quello di informatore scatenò tutta una serie di vibranti proteste, che ebbero solo l'effetto di una tempesta in un bicchier d'acqua, come purtroppo spesso succede.

Non mi sembra che la situazione contrattuale attuale, che interessa il mondo dell'informazione, abbia suscitato le stesse reazioni...

Se i colleghi che operano con il contratto istituzionale (chimici) e sono attivi nelle associazioni e nel sindacato continueranno a snobbare questo specifico problema, non considerandolo come tale, commetteranno un grosso errore in quanto lasceranno, in tal caso, pieno mandato alle aziende, che riusciranno gradualmente a sovvertire la situazione, creando una tipologia dominante di informatore legato esclusivamente alla vendita.

Ci vuole quindi un'azione che debba essere coordinata dalla base in perfetta sinergia tra sindacato e associazioni, con il contributo di tutti, anche di chi non è impegnato personalmente in un qualsiasi genere di attività, oltre quella lavorativa.

Il sindacato e le associazioni hanno sicuramente le proprie responsabilità ed in alcuni casi anche delle colpe specifiche, se sia dal punto di vista occupazionale che contrattuale se oggi la situazione è quella descritta. Ma non è con il gioco dello scarica barile che si risolvono i problemi..

Ci vuole quindi un radicale cambio di mentalità, da parte di tutti, ivi compresi coloro che fino ad oggi hanno pensato a preservare il proprio verde orticello credendo, in maniera opportunistica che non "irritare" il proprio capo e l'azienda, su questioni di merito, sarebbe stato di per se sufficiente a salvaguardare il proprio posto di lavoro, pronti però ad ogni piè sospinto, con il moschetto in mano, a sparare contro chi la faccia, e non solo, ce l'ha messa e la continua a mettere tutti i santi giorni....

Cari saluti

Mirko Ferrarini
Caro Mirko, come ti ho anticipato, mi ritrovo moltissimo nelle tue riflessioni e ritengo utile per i lettori cercare di sintetizzare il reale significato della professione di informatore e cioè come dovrebbe effettivamente essere praticata questa professione se ci si vuole sentire in regola con le numerose leggi che la hanno accompagnata negli ultimi decenni.

Premetto che essendo questa professione un lavoro espresso in aziende private dobbiamo comprendere che la sua legislazione è stata il frutto di un perenne tiro alla fune, tra datori di lavoro e informatori, realizzatosi nei vari rinnovi contrattuali, nei corridoi lobbistici della politica, nelle aule del Parlamento e negli incontri diretti tra rappresentanti degli informatori e legislatori Regionali.

A questi soggetti, poi, se ne sono aggiunti altri, al alto livello professionale, che hanno lavorato sotto traccia per non perdere dei privilegi che una categoria forte di informatori gli avrebbe limitato (pensa a quante perdite avrebbero avuto le casse previdenziali di tanti informatori laureati che, con l'iscrizione ad altri ordini professionali, ingrassavano sia le casse pubbliche -Inps- , che quelle autonome).

In pratica, se si vuol sopravvivere, portando "pane e dignità" a casa, si deve comprendere, prima possibile, che una cosa è essere un dipendente Statale, entrato per concorso e, quindi, quasi inamovibile dal suo posto, un'altra è essere un dipendente di una azienda privata, di qualunque dimensione e settore si possa immaginare.

Anche le aziende private, a parole, sono al servizio dei cittadini (anche se non lo sono quasi mai a sufficienza neanche le aziende pubbliche); ma il loro vangelo è breve e dice: primo, sopravvivere; secondo, con qualsiasi mezzo lecito o borderline; terzo, ogni anno gli utili devono essere positivi se vogliamo salvare l'azienda ed i nostri posti-eriori.

Ciò ti fa comprendere, ma non giustificare, le varie manovre avvenute e che, a mio parere, avvengono, per cercare di salvare capra e cavoli nell'attività degli informatori. Essi devono rispettare le leggi che regolano la loro attività, ma devono riuscirci portando ogni anno la propria parte all'utile aziendale, affinchè si cresca e si sopravviva nel mercato. Pur avendo il miglior cliente che un privato possa sognare: lo Stato; ed i prodotti più sicuri da vendere del pane: i medicinali.

Ora dovrei raccontarti che non tutti gli imprenditori e gli informatori vivono con le suddette regole ed il peso dell'umano che è in ognuno di noi spesso sfocia in una moltitudine di persone oneste che vivono fiere la loro lunga carriera se riescono a non licenziare nessun dipendente o che, se dipendenti, sono orgogliosi di ricambiare con la loro intelligenza e abilità lavorativa il senso di sicurezza che si vive in molte aziende. Eppure è cosi, e se cosi non fosse, dovremmo veramente rinunciare a vivere con i nostri valori umani e professionali. In qualsiasi settore lavorativo.

Per la faccenda dell'ordine degli informatori, ricordo che per anni, personalmente, ne ho intuito l'utilità per la professione nel riuscire a fare il grande salto tra i professionisti; di riuscire, in pratica ad "Esistere" come una figura rispettabile nel mondo delle professioni e del lavoro.

Dopo una lunga storia e tante belle speranze mi sono, poi, reso conto che il materiale umano che spuntava lungo la strada che doveva portare all'albo degli Isf, alle volte erano fiori belli, con valori robusti e profumati, ma più spesso ho dovuto riconoscere che erano erbacce, fiori selvatici, spinosi e rinsecchiti e, a volte, addirittura ingannevoli, meravigliosi papaveri pieni di oppio.

Oggi le cose, specie dopo i massacri lavorativi di decine di migliaia di informatori, sono immutate. Per cui io penso che l'albo, anni fa, sarebbe servito come porta d'accesso per un livello più alto di questo professionista ma, oggi, il panorama floreale non sembra cambiato molto. Per cui mi godo, nel mio sito "culturale" quei pochi informatori che, con i loro scritti, mi fanno ancora sentire orgoglioso di essere stato un informatore.

E' vero, occorre un notevole cambio di mentalità per recuperare una dignità che tanti informatori hanno ma meriterebbero gli venisse maggiormente e socialmente riconosciuta.

Nella mia esperienza di informatore, devo ammettere, che per raggiungere la stima di me stesso e delle  capacità che credevo di avere, anch'io ho dovuto lasciare una professione che tanto amavo per divenire autore di questo sito e di altri tre siti medici, giornalista, scrittore, professore universitario incaricato, docente in corsi ECM, docente di corsi di formazione di MMG, fondatore di due onlus di diritto del settore sanitario e, ultimamente, incluso come consulente dell' age.na.s. (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali). E certamente dimentico qualcosa.

E sono lontano, a mio parere, dall'aver raggiunto brillanti risultati, se vari informatori sono giunti alle massime vette aziendali ed associative degli imprenditori del settore. Ricordo, in una notizia, apparentemente incredibile, riportata in questo sito, che un grande informatore italiano, si mise, anni fa, nella trasformazione del petrolio africano (sempre chimica era) arrivando ad avere 15 mila dipendenti. (ora credo sia tornato in Italia).

Questi sono gli informatori del farmaco, abili venditori di scienza e delle proprie qualità, non certo di medicinali (semmai di petrolio).

Sull'aspetto legale che regola l'informazione del farmaco, per non lasciarsi fuorviare dalle interpretazioni occorre alzarsi su tali scritti e guardarli nel loro complesso. Si capirebbe allora che nella legge 833 istitutiva del SSN non si da incarico anche alle aziende di fare informazione del farmaco, ma si afferma che anche esse "possono" farla.

Se si legge al di sopra dell'art 122 della legge 219/2006, che tanto ci affascina perchè parla e definisce l'informatore come un laureato che dipende dal servizio scientifico, si trova che l'informazione del farmaco fa parte delle azioni pubblicitarie delle aziende per "promuovere" il proprio prodotto.

Legge fatta male? Certo, ma ormai è cosi. Quando gli informatori avranno ancora la forza per farla cambiare?

Sui contratti la legge 219/2006 non dice nulla (ovviamente a qualcuno, preveggente, interessava non dicesse nulla, visto che oggi anche le multinazionali assumono Isf a partita iva). Si afferma che di norma l'informatore dovrebbe lavorare solo per una azienda (non si dice con quale contratto) ma che, con il permesso dell'Aifa, un'azienda può dare mandato anche ad informatori che lavorano per più aziende (manca solo la parola plurimandatari ed il cerchio è chiuso).

Ruolo commerciale degli informatori. E' vietato dalle leggi regionali, non dalla 219/2006. Ma poi, quando la norma si scontra con piccole aziende che per non chiudere chiedono di raccogliere "spontaneamente" qualche ordine in farmacia, che si fà? Nessuno ha mai sentito parlare di ordini in farmacia (il farmacista si dovrebbe visitare per legge) in quella fascia di informatori dipendenti, iscritti o no al sindacato ??.

Credo che sia il momento di chiudere, ringraziando te ed i lettori che ancora stanno leggendo.

Aggiungo una selezione dei miei vecchi sondaggi sugli argomenti trattati. Non avranno valore scientifico, ma sono stati originati dalla singola partecipazione di informatori veri e la dicono lunga su come questo settore stia cambiando. Esce una figura professionale che non ci si aspetterebbe da dei "venditori", sotto il naso di quelli che non se ne sono ancora accorti.

A presto

Francesco Lupinacci
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